E-learning

Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Rubrica Human Nature: Neuroscienze e responsabilità dell'individuo
Rubrica Human Nature: Neuroscienze e responsabilità dell'individuo

Introduzione: La divulgazione come impegno sociale
La Rubrica Human Nature vuole costituire un significativo contributo della Fondazione Patrizio Paoletti al dialogo tra diversi ambiti scientifici: mai come ai nostri giorni si è sentita la necessità improrogabile di un tale dialogo, pena l’avviarci verso una pericolosa forma di incomunicabilità sociale. La nostra Fondazione, impegnata com’è in una ricerca costante sulle potenzialità dell’uomo ha costituito un gruppo di specialisti (neuroscienzati, psicoterapeuti, psicologi, pedagogisti e storici della filosofia), che possano offrire punti di vista e diffondere il dialogo tra varie discipline ai più vasti strati della popolazione. In quest'ottica, la rubrica Human Nature si propone come un’opera di seria e profonda divulgazione che, rimanendo fedele alla correttezza scientifica e al rigore, sia in grado di attrarre il lettore verso la bellezza della conoscenza.

È possibile che le neuroscienze ci facciano dubitare di essere responsabili delle nostre proprie azioni? Un famoso film del passato pone l’interrogativo nel modo più drammatico:

“Io ho fatto questo? Ma se non ricordo più nulla! Ma chi potrà mai credermi? Chi può sapere come sono fatto dentro? Che cos'è che sento urlare dentro al mio cervello? E come uccido: non voglio! Devo! Non voglio! Devo! E poi sento urlare una voce, e io non la posso sentire!”

Sono parole di Hans Beckert, assassino seriale, che si difende davanti a una giuria di criminali che vogliono linciarlo. Si tratta del finale di un film di Fritz Lang, M. Il mostro di Düsseldorf, che nel 1931 seppe dar voce a un paradosso che sempre più occupa la discussione pubblica: il criminale afferma di non essere responsabile dei propri atti, invocando una distanza tra sé e qualcosa di incontrollabile che lo muove. Il paradosso consiste nel fatto che Beckert sta rispondendo dei propri atti, e dunque incarnando il significato della parola ‘responsabilità’; ma lo fa negando che le proprie azioni gli siano imputabili. Non è un caso che questo paradosso, con tutto il suo carico emotivo di pietà e ripugnanza, sia presentato sotto forma di un richiamo al cervello, piuttosto che all’interiorità. Già nell’Europa degli anni ‘30 le idee della psichiatria e della psicanalisi sui moventi inconsci erano ormai penetrate nella cultura popolare, dalla letteratura al cinema. Eppure i tempi per una comprensione delle basi cerebrali dell’inconscio non erano maturi, come aveva riconosciuto lo stesso Freud – il padre della psicoanalisi.

Oggi le cose sono cambiate, e appelli come quelli di Hans Beckert costituiscono materia di giurisprudenza penale. Le neuroscienze, grazie allo straordinario sviluppo delle tecniche di osservazione anatomo-fisiologica, ripropongono con decisione l’ipotesi di collegare l’attività cerebrale con le capacità dell’individuo, e di decretare l’incapacità di volere, parziale o totale, in caso di lesioni o condizionamenti genetici che influiscono sulle funzioni cerebrali. Il potenziale di queste tecniche consiste nel fatto che il giudizio sulle capacità individuali avviene indipendentemente dalla testimonianza diretta delle persone, che è notoriamente inaffidabile per il sospetto d’insincerità, ma anche per i limiti intrinseci della nostra autoconsapevolezza, che le scienze cognitive hanno messo sempre più in evidenza (ricordiamo la macchia cieca di cui abbiamo parlato nel primo testo della nostra rubrica). Simili diagnosi hanno portato di recente, anche in Italia, mediante la perizia di neuroscienziati forensi, a modificare sentenze penali in maniera prima impensabile. Esistono casi estremi, come l’anosognosia (l’inconsapevolezza dei propri deficit), che fa ripetere a un paziente di 33 anni con un’estesa lesione cerebrale le parole di Hans Beckert: “Offendo tutti i miei amici con le parolacce (…) Io non voglio. È il mio cervello che mi dice di farlo”. Ma è estremamente complesso stabilire in concreto in che misura le azioni siano condizionate. Se dalla finzione siamo passati alle aule dei tribunali, è tanto più urgente la domanda sulla portata – e sui limiti – di questo approccio scientifico ai moventi dell’azione umana. È in gioco il concetto di responsabilità, che costituisce un cardine dei nostri codici giuridici oltre che del senso comune: pertanto la questione di diritto chiama in causa la filosofia, poiché risolleva su nuove basi l’antica questione del libero arbitrio.

Un’introduzione alle complesse discussioni su questi temi è resa possibile oggi dal volume "Quanto siamo responsabili? Filosofia, neuroscienze e società", a cura di Andrea Lavazza, Mario De Caro e Giuseppe Sartori. Uno dei meriti di questo volume, oltre alla chiarezza dei saggi e alla discussione di esempi concreti come quelli sopra riportati, è il fatto di dar conto delle prospettive contrastanti che sono attualmente in campo. In esso si dà voce a chi ritiene che le neuroscienze mostrino (o stiano per mostrare) che la libertà del volere è un’“illusione”, ritenendo necessario ripensare o abbandonare le idee di retribuzione e prevenzione che sono alla base del diritto penale, ma anche a chi ritiene che le nuove conoscenze scientifiche non possano annullare la portata di un’intuizione comune come quella della responsabilità reciproca, che costituisce la base stessa del nostro vivere sociale. Le indagini filosofiche procedono sempre così: prima di emettere un giudizio, si esaminano a fondo le diverse opinioni di chi sta dialogando.

Un tratto unificante del volume è una giustificata prudenza sul significato delle conoscenze neuroscientifiche. Le neuroimmagini possono fornire oggi un “supporto della diagnosi” psichiatrica, per esempio fornendo alla diagnosi di “perdita del controllo” motorio nuove basi sperimentali, che sono cruciali nella valutazione di reati d’impeto. Ma per poter leggere queste diagnosi, esse devono essere incrociate con dati ambientali, contestuali, e sottoposte a un’attenta sorveglianza critica. Tra pieno autocontrollo e piena incapacità dell’individuo vi sono infatti gradi intermedi, perciò è riduttivo pretendere un giudizio nettamente positivo o negativo sulla responsabilità in base alle neuroimmagini.

Le discussioni filosofiche, tuttavia, tendono a generalizzare la questione, proiettandola nel futuro: ponendo il caso che le tecniche osservative e diagnostiche fossero perfezionate, quali potrebbero essere le conseguenze? Secondo coloro che accolgono la tesi sull’illusione del libero arbitrio, si dovrebbe considerare l’azione criminale come una “malattia”, come tale non suscettibile di biasimo morale e di rabbia, ma solo di misure restrittive. Raccogliendo la sfida Mario De Caro – che di recente esposto le sue idee alla conference 21 minuti  – presenta così il problema filosofico del libero arbitrio: da una parte gli esseri umani, in quanto sottoposti alle leggi della natura, non sono liberi; dall’altra parte, “l’intuizione suggerisce in maniera altrettanto netta che la libertà è indispensabile per le nostre attribuzioni di responsabilità”.

La sua tesi è che il problema si possa risolvere mostrando come entrambi i punti di vista, quello scientifico e quello dell’intuizione comune, possano coesistere senza contraddizione. Per un verso, non si può negare il fondamento naturale delle capacità umane e, pertanto, anche il condizionamento inevitabile che l’accertamento di patologie e disfunzioni – condotto con le dovute cautele metodologiche – può avere sulla pratica giuridica. Ma non c’è ragione di concludere che questo debba sconvolgere dall’esterno l’intero fondamento dei codici civili e penali, la responsabilità. L’attribuzione di responsabilità costituisce infatti un presupposto della vita sociale, che non è scalfito dall’indagine neuroscientifica. Secondo De Caro, descrizione scientifica e ascrizioni di responsabilità sono “pratiche che hanno modi e finalità del tutto diversi”. Tutte le conoscenze neurologiche infatti presuppongono un criterio di responsabilità: quando parliamo di diagnosi di anormalità presupponiamo un criterio condiviso di normalità. E la questione di come sia “giusto” o ”ingiusto” comportarsi quando si adottano misure coercitive nei confronti di soggetti irresponsabili presuppone una discussione etica su base razionale e non puramente scientifica.

Nel complesso, dunque, sembra che oggi si sopravvaluti l'importanza delle scienze, togliendo a noi stessi il compito della nostra responsabilità.

Anche ammesso che alcuni aspetti della realtà fisica si lascino descrivere perfettamente (e anche questo si dovrebbe discutere), il punto è questo: sbagliamo a identificare i “correlati neurali” dell’attività cosciente - cioè quello che accade nel nostro cervello quando pensiamo e decidiamo – con le cause che determinerebbero ciò che pensiamo e ciò che decidiamo. La relazione tra stati mentali e stati corporei, individuata con le tecniche di neuroimmagine, è una relazione di corrispondenza reciproca. Fintanto che non si dimostri sperimentalmente la dipendenza causale delle proprietà dei primi da quelle dei secondi – e questo volume mostra come tale questione sia oggi ancora aperta – non è ovvio negare l’autonomia di capacità come il controllo e la pianificazione razionale, anche quando se ne sia scoperta una “spiegazione” neuroscientifica.

Del resto, come abbiamo visto un precedete articolo, questo lo pensava già un determinista metafisico come Spinoza, quando affermava l’identità tra “l’ordine delle idee” e l’ordine degli stati corporei, ricavandone la sua etica: proprio perché le idee corrispondono a stati del corpo, seguire il modello di comportamenti eticamente razionali, assimilando l’esempio di altri individui virtuosi, modifica la nostra stessa natura corporea. Pertanto un comportamento razionale, in particolare altruistico, può e deve orientare la condotta dell’individuo, e influisce sulla modificazione della società. Insomma il grande metafisico era più moderato di alcuni scienziati riduzionisti di molti secoli dopo, per i quali la responsabilità degli individui – come scriveva il filosofo Immanuel Kant – viene ridotta alla “libertà di un girarrosto”!
 

Bibliografia

- M. De Caro, Libero arbitro. Una introduzione, Laterza, Roma-Bari 2009.
- A. Lavazza, M. De Caro e G. Sartori (a cura di), Quanto siamo responsabili? Filosofia, neuroscienze e società, Codice, Milano 2013.