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Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Rubrica Human Nature. "Le passioni di Cartesio"
Rubrica Human Nature. "Le passioni di Cartesio"

Introduzione: La divulgazione come impegno sociale
La Rubrica Human Nature vuole costituire un significativo contributo della Fondazione Patrizio Paoletti al dialogo tra diversi ambiti scientifici: mai come ai nostri giorni si è sentita la necessità improrogabile di un tale dialogo, pena l’avviarci verso una pericolosa forma di incomunicabilità sociale. La nostra Fondazione, impegnata com’è in una ricerca costante sulle potenzialità dell’uomo ha costituito un gruppo di specialisti (neuroscienzati, psicoterapeuti, psicologi, pedagogisti e storici della filosofia), che possano offrire punti di vista e diffondere il dialogo tra varie discipline ai più vasti strati della popolazione. In quest'ottica, la rubrica Human Nature si propone come un’opera di seria e profonda divulgazione che, rimanendo fedele alla correttezza scientifica e al rigore, sia in grado di attrarre il lettore verso la bellezza della conoscenza.


LE PASSIONI DI CARTESIO


Il nostro percorso sulla “scienza della coscienza”, con le sue implicazioni teoriche, pratiche e tecnologiche, ha finito con il rimandarci al passato, e questo può inizialmente sorprenderci. Quando parliamo di “scienza”, infatti, siamo abituati a dare per scontato che qualcuno (gli scienziati) possegga una risposta oggettiva alle domande sulla natura di cui facciamo parte, o almeno che possegga la migliore risposta possibile. Questa abitudine dipende dal fatto che la cultura occidentale, soprattutto a partire dal XVII secolo, ha sviluppato una scienza della natura capace di comprendere e modificare il mondo con un’efficacia prima impensata. Ma questo non significa che gli scienziati siano in grado di rispondere a ogni domanda, né che siano sempre consapevoli di come particolari concetti, come quello di ‘coscienza’, siano stati introdotti nel loro vocabolario teorico, dando origine a problemi che appaiono ancora irrisolti. Possiamo dunque imparare gradualmente a non avvertire più la “scienza” come un contenitore estraneo di risposte, ma anche come una fonte di domande, e del tipo più spregiudicato: domande filosofiche. In effetti è un po’ come tornare a scuola, riconsiderando con uno sguardo adulto le basi della nostra educazione e della nostra civiltà, e questo non deve stupirci, se ricordiamo che Stanley Cavell ha definito la filosofia come «educazione degli adulti».

Cominciamo dunque un percorso filosofico attraverso alcune domande che sono state poste effettivamente, nella nostra tradizione, portando gradualmente al problema scientifico della coscienza. Un simile percorso è stato avviato, in collaborazione tra la Fondazione Paoletti e i Dipartimenti di Filosofia di diversi atenei italiani, con il convegno Human nature. Philosophical and Medical Perspectives on the Mind-body Problem from the Antiquity to the Present, tenutosi all’università "Sapienza” il 3-5 ottobre 2013. Riprendendo nel nostro percorso alcune tappe di questa lunga storia, che abbiamo cominciato a riscoprire, cominceremo qui proprio dai tempi di Galileo Galilei: in particolare, dal momento in cui Galileo pose le basi della nostra conoscenza oggettiva della natura, mettendo da parte il soggetto dall’indagine della natura. È noto che Galilei, per isolare le strutture matematiche dei processi fisici, affermò che tutte le qualità che percepiamo con i sensi, come colori, odori, durezza e calore, non sono caratteristiche degli oggetti fisici stessi. Si ponevano così le basi di una visione meccanicistica del mondo che, per un verso, ha reso possibili le grandi conquiste della fisica fino a Newton e oltre, ma per altro verso ha determinato una spaccatura interna alla nostra esperienza: il mondo oggettivo da una parte e le percezioni soggettive dall’altra.

Fu proprio un filosofo protagonista della grande rivoluzione scientifica del XVII secolo, Cartesio, a tentare per la prima volta di dare una giustificazione di questa separazione. Secondo Cartesio la materia estesa e la mente cosciente sono due sostanze del tutto eterogenee, l’una corporea, l’altra incorporea, che coesistono a formare l’essere umano. La nostra identità, secondo l’analisi che Cartesio svolge nelle Meditazioni metafisiche sulla filosofia prima (1641), è prima di tutto legata all’anima, alla mente incorporea: «Chi sono io? Una cosa che pensa». Il rapporto dell’anima con il corpo diventa con ciò un problema apparentemente insolubile: come è possibile (e in che modo accade) che mente e corpo interagiscano, come è evidente nei più comuni gesti volontari e riflessi involontari?

Oggi è un luogo comune di tutti i libri che si occupano di coscienza accusare Cartesio di aver commesso un grave errore (il famoso neuroscienziato Antonio Damasio ha addirittura intitolato "L’errore di Cartesio" un suo famoso libro del 1994). Il dualismo di Cartesio sarebbe il risultato di una frettolosa resa di fronte all’apparente irriducibilità dell’esperienza ai nuovi concetti scientifici. Cartesio precisava che l’Io pensante è «una cosa che dubita, intende, afferma, nega, vuole, non vuole, immagina, inoltre, e sente»: insomma, è il soggetto di ogni nostra esperienza cosciente. Ora, non sembra che il corpo possa dar luogo a dubbi, atti volontari, sentimenti, perciò tutte queste esperienze vengono considerate proprie di una sostanza immateriale e si rinuncia a una loro spiegazione nel quadro della nuova scienza della natura. Il primo a sostenere che Cartesio si arrese troppo presto alla propria ignoranza dei complessi meccanismi del corpo, pochi decenni dopo, fu Spinoza. Ma oggi la maggioranza di filosofi e scienziati la pensano come lui. Tuttavia, Cartesio aveva riflettuto a fondo sul problema, dedicando un’intera opera alle Passioni dell’anima e ai rispettivi meccanismi fisici, perciò la sua risposta non era stata certo frettolosa. Se il problema di Cartesio fa ancora tanto discutere, forse, è anche perché si fa troppo presto a sbarazzarsi di colui che lo ha posto per la prima volta.

È interessante notare che Cartesio riconobbe la difficoltà della sua filosofia nella sua corrispondenza epistolare con una donna, la principessa Elisabetta, per la quale nutriva una forte passione destinata a esprimersi soltanto attraverso le lettere. Elisabetta, che gli aveva chiesto di introdurla alla sua filosofia, avanzò dubbi sulla soluzione data da Cartesio al dualismo delle sostanze, l’anima e il corpo. Cartesio individuava nella ghiandola pineale il luogo in cui la mente immateriale interagisce con il corpo, modificando il flusso di liquidi (gli “spiriti animali”) che fuoriescono dal cervello e vanno a muovere il corpo attraverso i nervi. Elisabetta osservò che questa soluzione lasciava aperto un problema di fondo: «come l'anima dell'uomo può determinare gli spiriti del corpo per compiere le azioni volontarie, non essendo che una sostanza pensante?». Cartesio replicò che, per quanto nella sua metafisica si fosse concentrato sulla distinzione tra le due sostanze, egli non intendeva mettere in dubbio l’unione dell’anima e del corpo. Si tratta infatti di qualcosa che ci si presenta quotidianamente «con certissima ed evidentissima esperienza», quando sperimentiamo «la forza che l’anima ha di muovere il corpo e il corpo di agire sull’anima causando i suoi sentimenti e passioni». Il fenomeno più vistoso di questa unione sono proprio le passioni (come quelle che Cartesio certamente stava provando mentre scriveva le sue lettere a Elisabetta).

Nella sua opera sulle passioni questa unità svolgeva un ruolo fondamentale per la concezione filosofica della vita proposta da Cartesio, che mirava a promuovere la saggezza e la serenità dell’animo. Egli mostrava come gli effetti dei mutamenti corporei sulla mente possono essere controllati dall’azione della volontà, osservando che l’associazione automatica tra movimenti corporei e idee si può modificare con l’esercizio, come avviene comunemente con l’apprendimento del linguaggio. Quando apprendiamo il linguaggio non associamo più determinati stimoli alle percezioni sonore cui essi corrispondono in base alla nostra natura, ma impariamo ad associarli al significato che nella lingua è collegato a questi suoni. Allo stesso modo possiamo anche imparare a controllare le reazioni emotive, se, quando queste vengono provocate nell’anima dagli stimoli corporei, ci concentriamo su idee che favoriscono passioni opposte: per esempio, per controllare la paura, possiamo concentrarci sulle ragioni che raccomandano un comportamento coraggioso, e contrastare così i movimenti che sono automaticamente associati alla paura. Una salda volontà sarà capace, in questo modo, di impedire la reazione emotiva che ci spinge alla fuga. L’orientamento della volontà, proseguiva Cartesio, risulta più efficace se è diretto da conoscenze vere, poiché queste non porteranno mai a riconoscere di essersi ingannati, e dunque a nuove passioni negative. In generale, conoscendo bene noi stessi e ciò che è in nostro potere fare, o non fare, distogliendo il pensiero da ciò che è falso e al di fuori del nostro controllo, possiamo avvicinarci all’obiettivo filosofico supremo di vivere più serenamente.

Tutto questo mostra quanto fosse importante per Cartesio la conoscenza dell’interazione tra anima e corpo. Ma questo non risolveva ancora il dubbio di Elisabetta. Perché dunque, se anima e corpo sono unite ma la filosofia dualistica non riesce a comprendere questa unità, Cartesio scelse ugualmente di sostenere il dualismo? Ci sono diverse possibili risposte a questa domanda: di certo Cartesio voleva eliminare quelle concezioni fisiche che, attribuendo coscienza e capacità di movimento alla materia inanimata, rendevano impossibile l’affermarsi della nuova scienza meccanica. Inoltre, dovendo sottostare all’autorità dei teologi della Sorbona e in generale della Chiesa, negli anni della celebre condanna di Galileo per le sue tesi copernicane, Cartesio poteva usare in difesa della sua filosofia la separazione dell’anima immortale dalle vicende della materia. Ovviamente questo secondo tipo di argomento, legato ai dogmi della Chiesa del tempo, non può bastare a convincerci dell’attualità del suo problema.

Il primo argomento, invece, contiene qualcosa di vivo. Prima ancora di introdurre la sua separazione metafisica tra anima e corpo, infatti, sembra che Cartesio riconobbe una separazione epistemica, cioè legata alle nostre conoscenze, tra i processi mentali e quelli fisici. E questa separazione non ha smesso di far discutere. La scienza nata con Galileo e Cartesio, infatti, non ha smesso di analizzare la natura senza far uso dei concetti di coscienza, pensiero, volontà, sentimento, ma come un infinito insieme di particelle di materia in movimento. Anche se oggi le cose non sono così semplici, la frattura interna alla scienza non ha smesso di turbarci. Qual è dunque il luogo della coscienza e delle altre esperienze nel quadro della natura studiata dalle scienze? È possibile sanare la ferita aperta da Galileo e Cartesio, e spiegare le percezioni nei termini dei concetti della fisica, della chimica e della biologia? Ecco, qui l’eredità di Cartesio è viva, perché ancora molti scienziati e filosofi si dividono su queste domande. Per alcuni la risposta è negativa, anche se questo non vuol dire più ammettere un’anima immateriale. Per altri, la risposta è positiva, anche se occorrerà attendere ancora dei progressi scientifici per avere una teoria soddisfacente dell’emergenza dei fenomeni mentali.

Abbiamo già riflettuto sulle enormi implicazioni di quest’alternativa. Ma ora cominciamo a vedere quanto la questione sia antica, e quanto si farebbe bene a ripensarla ripartendo dai grandi scienziati che, forse sbagliando, si sono incaricati per la prima volta di formularla. Tra questi Cartesio rimane insuperato per la radicalità con cui intraprese un percorso di verità, la cui lezione andrebbe raccolta ancora e ancora in ogni epoca. Ecco le parole con cui egli stesso ci affidava il ricordo della sua vocazione filosofica:

«Mi sono accorto ormai da diversi anni di quante cose false avessi, sin dalla giovane età, ammesso come vere, e di quanto dubbio fosse tutto ciò che, in seguito, vi avevo costruito sopra, e di come, quindi, se desiderassi un giorno stabilire qualcosa di solido e di duraturo nelle scienze, fosse necessario una volta nella vita rovesciare tutto sino in fondo e ricominciare dalle prime fondamenta».

Leggi le precedenti news:
- "Come l'acqua per i pesci"
- "Una scienza della coscienza?"