E-learning

Il sapere è al tempo stesso l'esigenza e lo strumento essenziale dello sviluppo
La piattaforma e-learning di Fondazione Patrizio Paoletti è stata concepita e realizzata per sostenere e implementare i percorsi di lifelong learning che l'ente progetta e sviluppa in Italia e all'estero. Sulla piattaforma sono presenti contenuti ed esercizi fruibili in quattro differenti lingue per far fronte ad un utenza diversificata e diffusa, ad oggi, su quattro continenti. La piattaforma contiene un sapere pedagogico derivato dalle attività di ricerca (neuroscientifica, educativa, didattica e compilativa) che la fondazione promuove e persegue, i corsi sono seguiti da docenti e tutor specializzati. Sulla piattaforma si possono consultare materiali e testi specifici di Pedagogia per il Terzo Millennio, sistema pedagogico che opera per il miglioramento e lo sviluppo del potenziale di relazione tra gli individui.

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Rubrica Human Nature. "Una scienza della coscienza?"
Rubrica Human Nature. "Una scienza della coscienza?"

Introduzione: La divulgazione come impegno sociale
La Rubrica Human Nature vuole costituire un significativo contributo della Fondazione Patrizio Paoletti al dialogo tra diversi ambiti scientifici: mai come ai nostri giorni si è sentita la necessità improrogabile di un tale dialogo, pena l’avviarci verso una pericolosa forma di incomunicabilità sociale. La nostra Fondazione, impegnata com’è in una ricerca costante sulle potenzialità dell’uomo ha costituito un gruppo di specialisti (neuroscienzati, psicoterapeuti, psicologi, pedagogisti e storici della filosofia), che possano offrire punti di vista e diffondere il dialogo tra varie discipline ai più vasti strati della popolazione. In quest'ottica, la rubrica Human Nature si propone come un’opera di seria e profonda divulgazione che, rimanendo fedele alla correttezza scientifica e al rigore, sia in grado di attrarre il lettore verso la bellezza della conoscenza.

UNA SCIENZA DELLA COSCIENZA?

“Verso una scienza della coscienza”
è il titolo di una serie di convegni la cui ventesima edizione ha avuto luogo lo scorso Aprile a Tucson in Arizona, cui hanno partecipato alcuni ricercatori della Fondazione Paoletti. Da vent’anni, intorno al “Centro di studi sulla coscienza” di Tucson e all’internazionale “Associazione per lo studio scientifico della coscienza” (ASSC), una vasta ed eterogenea schiera di studiosi si riunisce per affrontare il problema di una scienza che ancora non c’è.

A Tucson c’erano fisici quantistici, filosofi, psicologi, psichiatri, educatori ed esperti di meditazione: tutti accomunati da questa ricerca che ha qualcosa di fantascientifico, e il cui esito ancora incerto entusiasma alcuni, mentre suscita qualche dubbio in altri. Le discussioni sono infatti accesissime e appassionate. Tucson non ha fatto eccezione.

Il grande fisico di Oxford Roger Penrose sostiene che una nuova teoria fisica, sintesi della relatività di Einstein e della teoria atomica, è in procinto di spiegare l’emergenza degli stati coscienti nel cervello; il filosofo americano Daniel Dennett sfida la platea insinuando che il problema non sussiste. Il fisico e pensatore indiano Deepak Chopra mostra come la nuova frontiera dell’indagine neuroscientifica stia riportando il sapere occidentale verso l’idea orientale di un’animazione dell’intero cosmo; il filosofo John Searle nega seccamente che il lavoro dei neuroscienziati possa prestarsi a simili estrapolazioni. Si viene a Tucson anche per farsi contraddire, stringersi la mano, ripensare le proprie ragioni.

Assistere a tali discussioni può a volte disorientare, ma costituisce in realtà un modo di capire che cosa accade alla frontiera del sapere scientifico già consolidato, dove le idee innovative si confondono ancora con visioni non pienamente comprovate, sottoponendosi all’esame della scientificità. Questo contrasto si manifesta ironicamente anche sul manifesto del convegno, in cui i volti di scienziati e filosofi di oggi e di ieri compaiono sulla copertina del famoso album Sgt. Pepper dei Beatles (cercate Cartesio, Freud e Einstein, ci sono anche loro!).

Comprendere un fenomeno semplicissimo ma sfuggente: «Non c’è niente che conosciamo più intimamente dell’esperienza cosciente, ma non c’è nulla che sia tanto difficile da spiegare». In particolare esistono due tipi di problemi della coscienza, che Chalmers e altri hanno distinto negli ultimi anni. La parola ‘coscienza’, in effetti, significa molte cose, e tra queste ci sono diversi fenomeni che le scienze cognitive sembrano perfettamente in grado di spiegare: per esempio la capacità di categorizzare i dati percettivi, di integrare le informazioni provenienti dall’ambiente e farne uso per reagire agli stimoli, di controllare il proprio comportamento, di concentrare l’attenzione. Tutti questi vengono chiamati da Chalmers i “problemi facili” della scienza della coscienza, non tanto perché siano risolti con facilità (in effetti, moltissimi dettagli mancano ancora), ma perché sono in linea di principio risolvibili alla luce delle attuali teorie scientifiche. C’è però, secondo Chalmers, un “problema difficile” della coscienza, cioè quello di spiegare come mai in concomitanza con questi processi cognitivi si produca l’aspetto soggettivo dell’esperienza, il “che cosa si prova a essere noi stessi”, per esempio quando proviamo un’emozione di gioia o angoscia, o ancora quando – mentre i nostri neuroni si attivano elettricamente secondo schemi determinati – percepiamo il colore rosso e il sapore di una ciliegia matura.

Ora, si potrebbe discutere per ore su come le scienze cognitive affrontino i diversi problemi, e di come alcuni studiosi (come Colin McGinn) ritengano il "problema difficile" insolubile, mentre altri (come Daniel Dennett e Patricia Churchland) lo ritengono addirittura già risolto, o comunque risolvibile attraverso la spiegazione dei tanti fenomeni raccolti sotto l’etichetta dei “problemi facili”: per questi ultimi, la coscienza sarebbe nient’altro che l’insieme di tutte le capacità cognitive sopra elencate, perciò non ci sarebbe alcun bisogno di spiegare scientificamente perché sentiamo il dolore o vediamo il rosso secondo date modalità qualitative. Ma di fronte a tutte queste divisioni che lacerano la comunità filosofica e scientifica già sento una domanda, forte e chiara, provenire dalle ultime file: “che cosa ci importa?”

È una domanda legittima, anzi doverosa, dato che non si tratta di particelle atomiche, virus, o nuovi cellulari ultrasottili, ma della nostra stessa esperienza, quindi in un certo senso di noi stessi in quanto persone coscienti che, come diceva il mago Prospero nella Tempesta di Shakespeare, siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” (cioè immagini mentali). Perciò, prima di entrare nel merito del problema, bisogna rispondere in qualche modo a questa domanda di fondo e le risposte riguardano a mio avviso essenzialmente tre aspetti: teorico, pratico e tecnologico.

L’aspetto teorico dipende dalla nostra fiducia nella descrizione scientifica del mondo. Per quanto quasi tutti non siamo in grado di padroneggiarne i dettagli, è un dato di fatto culturale che noi accordiamo un valore al sapere scientifico, che esso tratti di atomi, molecole, DNA, cellule, batteri, istinti animali, neurotrasmettitori, o computer superpotenti. Una delle ragioni per cui lo facciamo è che questo sapere ha manifestamente cambiato la vita sulla Terra, mostrando così, se non la sua assoluta verità, almeno la sua eccezionale efficacia: l’energia con cui illuminiamo le strade, i farmaci e i vaccini con cui ci curiamo, gli aerei con cui ci spostiamo, i computer e i cellulari con cui lavoriamo e comunichiamo sono stati tutti resi possibili da conquiste scientifiche degli ultimi quattro secoli. Siamo dunque abituati a dare per scontato che “gli scienziati” ci forniscano un’immagine del mondo “com’è veramente”, in base alla quale sono stati possibili anche quei grandi progressi tecnici. Ma la questione della coscienza, così come viene posta oggi da filosofi come Chalmers o scienziati come Giulio Tononi, reclama una modifica fondamentale di alcune teorie fondamentali, come la fisica e la neurobiologia, che costituiscono pilastri di quella immagine scientifica del mondo e dunque anche della natura di cui noi, come uomini, facciamo parte. Anche solo per questo, per noi che crediamo nel valore del metodo scientifico, la questione della coscienza offre un’occasione per ripercorrere i passi attraverso cui si è costruita la nostra immagine scientifica del mondo, e vedere come questa possa andare d’accordo con l’immagine quotidiana del mondo che sta alla base, in ogni istante, nella nostra coscienza.

Ma veniamo così anche all’aspetto pratico. Una scienza della coscienza – comunque la si pensi sui “problemi facili” e sul “problema difficile” di Chalmers – ci deve spiegare come i contenuti della nostra esperienza sorgano in base all’attività neurobiologica del nostro corpo, alla sua interazione fisica con l’ambiente, e alla nostra capacità di collegare gli stimoli ambientali, elaborare una memoria di quanto accade e pianificare la nostra vita. Ma allora questa spiegazione ci dovrebbe permettere anche di capire quanto del contenuto cosciente effettivamente corrisponda a eventi oggettivi, e quanto invece sia un’elaborazione inconscia e parzialmente illusoria. Abbiamo fatto l’esempio, nel precedente articolo, della “macchia cieca” di cui non siamo coscienti nel nostro campo visivo. Ma un esempio molto più rilevante è quello della nostra capacità di decidere liberamente, che in filosofia è tradizionalmente chiamata libero arbitrio. Si tratta indubbiamente di un contenuto della coscienza: sentiamo di decidere liberamente di fare questa o quell’altra cosa, dalla banale scelta da un menu al ristorante fino a decisioni che interessano i nostri progetti di vita. Ma se il nostro campo visivo contiene dei contenuti integrati dal cervello, possiamo ipotizzare che anche la nostra certezza di essere agenti liberi possa essere parzialmente costruita. Così la questione discussa a Tucson smette di essere un gioco per scienziati eccentrici, e investe la dimensione più radicale della nostra vita, la nostra capacità di decidere. È bene chiarire subito che sono pochi oggi i filosofi e gli scienziati che ritengono del tutto illusoria la nostra libertà del volere. In realtà le cose sembrano essere molto più sfumate, ma per capirlo dovremo intraprendere un percorso attraverso una discussione che va avanti da secoli: lo faremo nelle prossime puntate di questa rubrica.

Ma prima dobbiamo indicare il terzo aspetto per cui la questione ci interessa, quello tecnologico. Nella misura in cui comprenderemo meglio come si forma la coscienza, è prevedibile che saremo anche in grado di intervenire nel suo meccanismo. È stato così per lo studio dei corpi inanimati – la cui scienza, la meccanica, ci ha portato a far volare gli aerei e a scoprire nuove forme di energia – e sarà così anche con la neuroscienza. Si pongono dunque diverse questioni filosofiche: quanto potremo modificare i contenuti della nostra coscienza? In che misura sarà lecito farlo? E infine, come cambierà il nostro rapporto con noi stessi alla luce di una compiuta scienza della coscienza?

Fanta-scienza? Non sembra che la questione si possa liquidare così, considerando che è in atto un programma di simulazione dell’intera attività cerebrale (lo Human Brain Project: il direttore Henry Markham ne ha parlato Tucson), e che esso si propone esplicitamente di avere applicazioni cliniche e psichiatriche. Ma poiché non possiamo prevedere il futuro, dovremo provare a capire che cosa potrà succedere ripartendo dall’epoca di Galilei e Cartesio, quando la scienza della natura ha avuto in Occidente la sua grande rivoluzione, trovandosi subito di fronte il problema: che cos’è la mente?


Bibliografia

D. Chalmers, La mente cosciente, McGraw-Hill 1999.

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